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Eracle e Edipo a Colono, tra simbologia contemporanea e rigoroso rispetto della tradizione, entusiasmano il pubblico al Teatro greco di Siracusa

Siracusa- Il fascino dell’ antico palcoscenico della Neapolis rimane immune all’inesorabile, quanto devastante, incedere del tempo, entusiasmando ancora  le nuove generazioni e  incantando  le vecchie.

Crono, nemico dell’uomo, a cui segna i volti e sottrae le forze, si conferma, da sempre, fidato complice dei testi antichi, i cui contenuti prendono corpo e rinnovano il loro valore  nei dialoghi dei protagonisti, che si avvicendano sulla scena del  Teatro  greco di Siracusa e scatenano, spontaneo e ripetuto,  l’applauso.

Non svanisce mai, dunque,  la  “bellezza pedagogica” delle morali dei testi classici,  ma si rinnova,  di anno in anno, nelle scelte stilistiche dei registi chiamati dalla Fondazione Inda a proporle, con originalità, ad un pubblico internazionale, coinvolto in una collettiva riflessione attraverso il  risveglio delle coscienze  provocato dal  pathos, eredità dei greci nel dna culturale della città di Aretusa, oggi flebile e intorpidita.

Con gli occhi puntati di migliaia di spettatori, adunati al tramonto, sugli spalti della cavea del Colle Temenite, giovedì e venerdì scorsi, si è dato il via al 54° Ciclo di rappresentazioni classiche .

I dissidi tra il bene e il male, tra la giovinezza e la vecchiaia, tra il glorioso ieri e il depresso oggi, tra le speranze tradite e quelle risorte a sorpresa, in “Eracle” ed “Edipo a Colono”, caratterizzano  la ruota della vita, a volte arrestata bruscamente dal destino, o dai propri errori.

La vecchiaia diventa specchio impietoso della propria coscienza, con cui fare prima o poi i conti, alcuni dei quali salati, come l’amara condanna da pagare.

E’ proprio il moto perpetuo che, a passi lenti o spediti, in mezzo al conflitto degli opposti,  alle dualità, conduce nel cammino della vita,  più o meno rassegnati, gli uomini  e le donne  ad affrontare prima  le proprie responsabilità e poi ad abbandonarsi al passaggio all’aldilà,  il trait d’union delle due opere riadattate e  plasmate secondo le scelte artistiche, contrapposte  fra di loro, dei registi Emma Dante e Yannis Kokkos.

La prima protesa ad un simbolismo contemporaneo, innovatore, diventata, forse inconsapevolmente,   ambasciatrice del gender, avendo affidato ruoli  per tradizione  maschili “provocatoriamente” ad attrici;  l’altro, sebbene magistrale, ancorato fermamente  alla tradizione,  preferisce al movimento, ai passaggi bruschi e animati,  la solenne staticità. Kokkos  sembra accennare alla storia più recente, quella della Shoah,  soltanto nei costumi di coristi, soavi cantori e annunciatori di disgrazie, in marcia sul palco come deportati, ma anche nelle uniformi anti-terrorismo ( anfibi, cargo e giubbotti antiproiettile)addosso alle comparse, ai margini della scena.

Eracle di Emma Dante 

Il simbolismo gioca un ruolo di primo piano, è palese,  nella regia di Emma Dante, che fa leva sulla scenografia, con cui il palcoscenico viene trasformato in una necropoli della gloria perduta, in un altare della memoria, dove il tanfo acre della morte viene anticipato dai fumi dell’incenso sprigionati nell’aria all’ouverture, con l’ingresso di monache gobbe, piegate dalle sofferenze della vita, che celebrano antiteticamente i riti della morte in tombe simili a fonti battesimali, emblemi di rinascita. Su questi “abbeveratoi sepolcrali”  girano, come le pale di mulini a vento, delle croci di legno, quasi a ricordare che su ogni uomo e ogni donna incombe il peso del sacrificio, di cui alleggerirsi con la speranza. Speranza che risorge all’arrivo di Eracle, un tantino convulso e nervoso nei movimenti, ma che convince e coinvolge, come l’angelo della morte che dà vita ad una “spettacolare” danza. Anche la disabilità rientra nella scena, a bordo di una sedia a rotelle,  sulla quale si muove, interpretato da Serena Barone, il vecchio Anfitrione, dalla ironica disperazione dall’accento palermitano, che accaparra il sorriso degli spettatori, con le sue battute dalla saggia comicità.

Edipo a Colono di Yannis Kokkos

L’ordine, il rigore, la lentezza, la fedeltà ai testi, nonostante la semplificazione del linguaggio, caratterizzano i monologhi e dialoghi della narrazione dell’esilio forzato di Edipo,  interpretato da un carismatico e infaticabile Massimo De Francovich. Pochi gli effetti scenici speciali:  il mezzo busto di spalle di un gigante, forse un richiamo alla patria, che a volte, avida di opportunità di permanenza, gira le spalle ai suoi figli, pur lasciando un varco retrostante, dal quale eventualmente accedere. La forza delle donne, leali fino alla fine, al contrario dei fratelli avidi di potere, per il quale macchiarsi del proprio sangue, è incarnata dalle due figlie –sorelle di Edipo, che lo assistono cieco e infermo fino a quando il genitore troverà la pace e una degna sepoltura. Teseo è stato il personaggio più osservato, essendo interpretato dall’eccelso attore siracusano Sebastiano Lo Monaco, visibilmente emozionato, nonostante abbia durante la sua carriera calcato  diversi palcoscenici importanti. Per lui è sempre un ritorno felice quello a casa, dove non gli è stato fatto mancare l’affetto e il calore dei suoi estimatori, che gli hanno dedicato più di un applauso a fine esibizione.

Mascia Quadarella

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Mascia Quadarella
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Giornalista