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Assembramenti in Ortigia. Più che sui comportamenti dei giovani ci si interroghi sui fallimentari “sistemi educativi” e sull’assenza di punti di riferimento certi

Siracusa- Quello di ieri sembrava un sabato di fine maggio piuttosto “tranquillo” a Siracusa, almeno durante la prima serata. L’isola di Ortigia, centro storico del capoluogo aretuseo, fulcro della movida locale, rispetto agli altri fine settimana post-lockdown veniva “occupata” ordinatamente e senza assembramenti, almeno fino alle 22.30.

Alla Marina, luogo di incontro di ragazzi e famiglie, vi erano presenti a quell’ora 4 pattuglie di diverse forze dell’ordine: 2 dei Carabinieri, 1 della Guardia di Finanza e 1 della Polizia municipale.

Molte saracinesche degli esercizi dell’area erano abbassate e i tavolini vuoti. La gente forse aveva evitato di uscire perché i lampi all’orizzonte annunciavano una scaricata d’acqua, che poi non c’è stata.

Stando al racconto di diversi cittadini e dalle foto che circolano sui social, la situazione di calma apparente, però, sarebbe un tantino precipitata dopo le 23.00, quando decine e decine di giovanissimi si sarebbero radunati in alcune arterie, come via Capodieci e allo stesso Foro Italico, non rispettando le distanze di sicurezza né indossando i dispositivi di protezione, obbligatori anche in questo scorcio di fase 2.

Puntuale nelle piazze di confronto virtuale, vale a dire le bacheche e i gruppi dei social network, è arrivata l’ondata dei giudizi facili, delle “demonizzazioni” di queste nuove generazioni, ma bisognerebbe interrogarsi sulle “colpe” alla base di certi comportamenti scellerati, che mettono a rischio la salute di questi ragazzi e di riflesso quella pubblica.

Da quello che accade, infatti, non è difficile dedurre che i contemporanei sistemi educativi familiari ed extra risultano fallimentari, poiché a questi giovani, piuttosto che punti fermi e di riferimento, vengono “elargite” tanta confusione (sui ruoli, sui limiti, sulle conseguenze) , informazioni a volte fuorvianti (che si accavallano in particolare in rete, che è uno strumento a doppio taglio per chi non ha la maturità necessaria per discernere il vero dal falso) e troppi pochi modelli e buoni esempi (a cominciare dalla politica…che in troppe occasioni “promette e non mantiene”, impartendo incoerenza).

C’è chi pensa di trovare la soluzione nei maggiori controlli di polizia (che ci sono stati), ma forse sarebbe più opportuno “lavorare” , riflettere, e anche tanto, sui concetti di responsabilità personale, sugli effetti del libero arbitrio, sui reali valori della democrazia. Non bisogna andare a cercare, a tutti i costi, per lavarsi le coscienze, il “marcio” in questi giovani, bensì coltivare e far emergere il “bello” e il “sano” che molti di loro ancora offrono spontaneamente.

Ieri, il mio sguardo “trasversale” , o forse strabico, si è posato spontaneamente su quei ragazzi, in realtà pochi, che tendevano ad allontanarsi da coloro i quali (deboli vestiti da spavaldi) non indossavano la mascherina, perché dovevano mostrare un “machismo” o un “lolitismo” , indotti da una società superficiale e narcisista, che i genitori, alcune volte, a loro volta, inconsapevolmente alimentano.

Quei ragazzini fuori dal coro, guardati come alieni, indossavano i guanti in lattice e le mascherine, coprendosi bocca e naso, e scontavano la pena dell’emarginazione, risultando “sfigati” o “invisibili” agli occhi dei coetanei. Sono però questi ragazzi, capaci di uscire dalle logiche delle “masse”, a rappresentare il germe della speranza… la speranza che il rispetto, se impartito bene e dimostrato negli atti quotidiani , si riproduce e può diventare positivamente “contagioso”.

Mascia Quadarella

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Mascia Quadarella
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Giornalista