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Al teatro greco di Siracusa contemporaneità e stupore negli spettacoli classici dell’Inda 2021

Siracusa – Gli spalti di pietra calcarea della cavea del Teatro greco di Siracusa, dallo scorso 3 luglio, sono tornati a vibrare grazie ai suoni, alle voci, alle musiche, alle emozioni dei protagonisti e del pubblico delle rappresentazioni classiche della 56° stagione dell’Istituto nazionale del Dramma antico, che si protrarrà quest’anno fino al 21 agosto.

 Il crepuscolo afoso sul Colle Temenite ha fatto da sfondo universale alle straordinarie scenografie delle due tragedie in calendario quest’anno: Le Coefore/Eumenidi di Eschilo, per la regia di Davide Livermore e Le Baccanti di Euripide, dirette da Carlus Padrissa, fondatore della Compagnia la Fura dels Bauls.

Coefore/Eumenidi

Rendere esilarante, gradevole, con un tocco di oculata e ben amalgamata contemporaneità, una tragedia come le Coefore sembra essere stato quasi naturale per il regista Livermore, che ha catapultato il pubblico in un’atmosfera anni 40, tra lustrini, piume, tacchi a spillo e smoking, mostrando cosa succede, dalla notte dei tempi, quando  si tenta di lavare il sangue con altro sangue, specie all’interno della stessa famiglia. Si genera, cioè, solo una successione di morti, evitabili. Nell’affannosa ricerca di una giustizia terrena, rarefatta ed effimera, si invoca l’aiuto del divino nel tentare di “pesare” i delitti, per i quali impossibile è trovare l’equa misura e la vera condanna eterna rimane, sempre e comunque, averli compiuti e il perpetuo morso della coscienza, che non trova pace… nonostante l’assoluzione di una giuria.

Attraverso un racconto antico Livermore ha passato in rassegna la cronaca dei nostri tempi, con effetti cinematografici e artifizi tecnologici tipici dell’era digitale, nella quale siamo stati scaraventati tutti, Eschilo incluso, negli ultimi anni.

 Argo si presenta come un paesaggio lunare, freddo, ghiacciato, su cui si adagiano le macerie dei piloni di un ponte, chiaro riferimento al recente crollo del Morandi, emblema della caducità dell’azione dell’uomo, che nel tentativo di costruire spesso distrugge, lasciando polvere e cenere, in nome di un potere che lascia l’amaro in bocca e sacrifica i valori. Valori essenziali, trascurati, come quelli che si riscoprono, invece, nell’abbraccio spontaneo, sebbene disperato e finanche ristoratore, di due fratelli orfani, Oreste ed Elettra.

Figli di una tragedia, come tanti anonimi di ieri e di oggi,  in balia dei sentimenti contrastanti, scaturiti dai conflitti tra i genitori nemici, che li pongono di fronte a scelte sofferte, che lasciano cicatrici nell’anima.

Le milizie indossano divise fasciste, impugnano rivoltelle, di cui si armano anche le mani femminili.

Brancola nel buio, vestita di lurex e paillettes argentee, quasi per esorcizzare le tenebre che l’avvinghiano, nella morsa delle Erinni, capricciose e sfrontate come drug quenn, la moglie fedifraga. Clitennestra, l’uxoricida, sorseggia vino rosso e indossa un’apparente frivolezza, che la fa singhiozzare e galleggiare sul dolore che forse passa inosservato. Il dolore di aver condannato a morte il marito, colpevole di aver sacrificato agli dei una delle loro figlie per propiziarsi la vittoria. Lei che perdono non ha concesso, a sua volta non lo riceve.

Ad interpretare Clitennestra, donna che vive in antitesi con se stessa, nel logorio del suo conflitto interiore camuffato di leggerezza, è la sublime Laura Marinoni.

 Si respira, come fosse un pungente alito di vento proveniente dal Nord, il tormento di Oreste, chiamato a togliere la vita a quella madre, che in fondo continua ad amare, finendo a sua volta sul banco degli imputati. Ma, lui, almeno lui, ha l’opportunità di difendersi. E’ sempre in quell’aula di tribunale, in cui le sagome di bersagli di un poligono prendono fuoco durante la decisione, che viene “liberato” per volere divino.